Editoriale che scrissi per Spiritotrail, credo nel novembre del 2008.
Si è parlato di fuga dalla strada, voglia di disintossicarsi dal cronometro e dall’inquinamento delle nostre città. Certamente è anche questo. Io ci vedo anche, permettetemelo, una fuga dalla realtà. Non, però, quella dello struzzo che nasconde la testa per non vedere pericoli e nascondere insicurezze. Il trailer, io, non ho timore ad ammetterlo, fugge dal presente che sembra opprimere, frenetico, fatto di cemento, dal crollo delle borse e dai mondi che si scontrano (in realtà non avevo ancora visto una puntata di Fringe, NdK), da tutte le paure e le incertezze. Sì, a pensarci bene, è una fuga. Ma è una fuga che costa fatica, impegno, perseveranza, testardaggine e sudore… tanto. Non è semplice. Mica si schiaccia un tasto e via. Nemmeno basta mettersi le cuffie per non sentire il traffico, o leggersi un libro sdraiato in poltrona. No.È una fuga fortemente voluta e ricercata, ma, d’improvviso, messe le scarpe, indossato lo zaino e riempito il serbatoio si capisce, senza sforzo, che la realtà è quella in cui si sta correndo. Questo bosco fitto, silenzioso, a volte interrotto da uno sbattere d’ali o dal fruscio di qualche rettile, mi accoglie, è vivo, pure nel suo ingiallirsi autunnale; respira e si espande nonostante i nostri sforzi di annientarlo. Esiste. Ma allora dove è la verità? Ci siamo davvero allontanati così tanto dalla terra per sentirci così stranieri e ospiti, a volte inopportuni (e schiamazzanti, probabilmente sgraditi), a volte malinconicamente piccoli, inermi, di fronte a un tale complessità che fatichiamo a comprendere?
Alla fine la Natura ci ha chiamati e l’uomo, l’uomo di tutti i giorni, non il pensatore, l’uomo, giunto al XXI secolo, comincia a capire. Capisce che il suo inseguire ogni giorno la frenesia, o anche quello che una volta si chiamava progresso o modernità, non serve a un granché se deve fare i conti, se stesso e la sua discendenza, con la Natura.
Io credo che sia questa la prossima sfida del Trail. Avvicinarsi alla natura, con la fatica e il sudore (questi sono i mezzi, non le scarpe, le calze o gli zainetti super tecnici), per apprezzarne un lato che non è quello del turista e nemmeno quello del documentario, forse prossimo a quello, quasi scomparso, dei montanari, della gente che viveva e lavorava nell’estremo e nella pochezza dei frutti, per capire il pericolo che sta correndo, e prima che sia troppo tardi chiede di educarci, educarci a salvarla.
La Natura sta chiamando.
Per questa ragione comprendo le fughe dei Milanesi.
Sbagli. Loro amano la decadente modernità (ossimoro) della loro città. Non la cambierebbero per una minuscola baita al culmine della val Supine. Io sì! :)