1671

È intuile che pompate tutte le nuove e creative traduzioni io rimango incollato a Fernanda Pivano, Pavese e Bianciardi.
Del resto io sono quello che:

- tutti noi da adolescenti abbiamo imparato la letteratura americana da quelle vetuste edizioni mondadori.

- Ma che cazzo dici? Io a sedici anni sognavo la figa e la proma per il mio fifty.

Ecco.

1667

C’è una fessura tra la sfocatura della tenda e l’intelaiatura della finestra; lì scorre un lembo di nuvola nel blu terso del mattino. Sono pochi millimetri, ma perdo minuti a osservarne il movimento, della nuvola. Ora estesa, ora lobata, ora sottile, ora scomparsa.
Nel salutarla, per un vasto istante, mi sono trattenuto sulla sua guancia. Facendo pressione e inspirando profondamente.

1659

In questo libro che sto leggendo il padre del protagonista è un artista che insegue un’ossessione: da anni sta dipingendo una pellicola, fotogramma dopo fotogramma. Con pazienza e inconcludenza come di chi si imbarca in un’impresa impossibile, “come Sisifo” dice in un passaggio.

Il film divorava giorni e anni, e Abraham glieli lasciava divorare. Aveva fatto una stampa ottica di alcune parti precedenti e ogni tanto le faceva passare nella sua giuntatrice a manovella, non tanto per darsi al montaggio quanto piuttosto per crogiolarsi nella sua opera in divenire. In alto mare. Non era più in grado di ricollegare i disegni delle sequenze più vecchie alle date vere, ai fatti della sua vita. Il Watergate, Erlan Hagopian, la partenza di Rachel. Il film fluttuava al di sopra della sua routine, delle tazze di caffè, dei giornali, del ragazzino che cresceva. Il resto era banalità, umori, cose pratiche. Un corpo che attraversava i giorni, al servizio di fini più alti.

 

Ecco. C’è qualcosa di me in questo. Di quello che sto facendo. Della mia vita negli ultimi mesi. La trascorro nelle cartelle dove raccolgo tutti i miei lavori passati.

1651

Sono giorni che arrivo a sera trascinandomi. Bevendo litri di caffè. Faticando a prendere sonno. E con mille cose nella testa da fare, pensare, idee, voglie e desideri. “Sei stressato”, mi hanno detto al lavoro. Mi faccio crescere la barba, caso mai voleste fare una rivoluzione contro il Batista. Volevo un fine settimana di astensione da qualsiasi cosa. Invece tutto si accartoccia qui. Mentre fuori piove e dalle casse scivola debussy-coltrane-hancock-satie.

1649

Fa un certo effetto camminare sulle strade della tua infanzia. Quelle che hai fatto migliaia di volte andando a scuola, quelle dove hai giocato con gli amici, quelle dove sei cresciuto.
C’è un muretto, alto circa 15-20 cm, un muretto di una recinzione di rete metallica che io non ho mai visto. Da bambini si saliva sopra in bici e il gioco, e la prodezza, quello di percorrerlo tutto (qualche centinaio di metri) in equilibrio.
Riconosci tutte le scritte sui muri sbiadite. Una falce e martello in rosso che vidi tracciare, quasi trentanni fa. Quel muro dove, era il 1989 o il 90, scrissi “bring the noize” appena sotto un “fasci le prossime scritte vi costeranno care”. io abbozzavo le K di quello che sarebbe diventato Krom. Una tag come se Salita San Pietro incrociandosi con Piazzale Mazzini fosse, senza chiudere gli occhi, l’incrocio tra una Bergen St e una Nevins St qualsiasi di Brooklyn. Per dire.

1641

Passata l’ondata di insonnia delle scorse settimane, insonnia creativa va detto, sto subendo un totale attacco narcolettico. Ma proprio che mi deprime qualsiasi neurone, ormone e tutto. Abbiate pazienza. Il torpore passerà. Certo che addormentarsi appena si appoggia il culo sul divano non è cosa. Come poi non è cosa il rodersi il fegato perché taccuini, tele, carte restano lì in attesa di essere maltratti da Mr.Hyde-Krom.

Sveglia!

1637

Avete presente quelle nuvole spumose e soffici e bianchissime che si vedono solo in certe giornate di maggio? Ecco. No, oggi non c’erano. Però quelle nuvole, quelle che passano veloci davanti al sole, oggi erano dentro di me. Perché il calore del sole che ritorna dopo attimi di scuro, attimi in cui vedi il suo disco pallido, è sempre una cosa che soprende, proprio quando meno lo si aspetta.