1634

Due vecchie commentano le affissioni mortuarie. Vedo le loro ombre riflesse dal porfido umido e lucido. Ombre di vestiti da quattro soldi. Le mie mani sul volante mentre nel cono rosso del semaforo fluttua densa la nebbia e il fumo azzurrognolo dello scarico. Resto incantato dalle evoluzioni del vapore. Non sento le parole della radio. Non ho più nulla da ascoltare. Solo, lì, di fronte ai colori del semaforo e dei fanali.

1630

Ricercare, comprendere e tentare di descrivere stati d’animo che non necessariamente ci appartengono. O forse sì. In fondo ai nostri cuori. E, in ogni caso, catalogarli, evidenziarli perfino stigmatizzarli, renderli palesi e permetterne l’osservazione. Perché poi è la nebbia e l’aria pesante che respiriamo nella velocità delle nostre giornate. Come un naturale sfogo e ricerca di equilibrio. Il pervadersi nella gabbia.

1624

La corsa di ieri nella neve (circa un’ora e un quarto) lascia lo strascico di muscoli doloranti e, quindi, suppongo di aumentati benefici muscolari.
Qualcuno che avesse visto questo spilungone aggirarsi come un forsennato lungo i sentieri avrebbe dubitato esattamente della mia assennatezza. Come dargli torto.
Con il cuore in gola ho percorso le brevi salite mentre con passo deciso ho affrontato le insidiose discese. Attento a spostare/alzare la caviglia al minimo segno di slittamento o qualche ostacolo celato che, per fortuna, è rimasto tale.

La lampada frontale è stata davvero inutile. Nel cono illuminato si proiettavano stroboscopiche scie dei fiocchi. Come meteore con la coda tratteggiata. La poesia è durata meno di un attimo perché la cecità totale reclamava qualcosa di più prosaico a cui attingere informazioni. Spenta nel bosco, spenta sul ciglio delle strade di campagna. Cappello calato sulla fronte.

Al termine un gran calore (solo le mani insensibili) e tutto uno straccio umido fin dentro le ossa.

Però ho pulito le scarpe.

1622

C’è un senso alla placida riservatezza della neve che scende.
Continui a ripeterti, te lo senti dire da sempre e quindi te ne convinci, che l’inverno è solo un riposo nel ciclo stagionale della vita, che, se è la morte di qualcosa, ne seguirà, sicura, una rinascita.
Eppure le nostre vite mica si fermano. Anzi, si fanno ancora più frenetiche, più corrosive per il nostro spirito, più fiaccanti qualsiasi nostra preparazione, resistenza e esperienza. Sempre più compressi. La sera e la mattina quasi a toccarsi in un abbraccio di buio.

Poi arriva la neve. Per un attimo, per un impercettibile attimo, quella sensazione di riposo si fa largo rallentando tutto. Intorno. Intorno il rumore, le esistenze altrui, perfino il paesaggio, gli elementi, il panorama, l’orizzonte si allontanano. Anche il silenzio ci lascia soli con il respiro, il battito del cuore, la morbidezza dei passi.

In questo istante, resta la misura della nostra sfera intima e personale, la misura nel nostro, unico e immenso, diritto a guardarci dentro, a restare soli.

MGMT, All we ever wanted was everything (2011)

1615

Ripieno di pensieri (belli e brutti) oggi ho mandato a quel paese la corsa prevista nel bosco. Bello sì, ma ombroso, freddo e ghiacciato. Mi fermo al super, riempio lo zaino di cibarie, metto le scarpe e mi arrampico su per il sentiero e sbuco nella mia radura.
Va bene, il sole non è al suo massimo splendore, velato che pare ci abbiano scaldato il latte nel pentolone dell’atmosfera, e fischia pure un vento pungente, ma volete mettere?
Mangio, mi sdraio, infilo le cuffie, parte una pennica leggerissima e rappacificante.
Poi il freddo mi abbraccia. E scatta la molla. Mentre ascolto Burroughs dei Chelsea Light Moving (Thorston Moore new band) mi metto a correre. Scatto in fondo al prato, sterzo, scalo, controsterzo, tutto intorno ad un albero, e ritorno scattando. Faccio così per tutta la canzone. Una decina di giri.
Mi accascio al suolo, scaldato, con il cuore che mi batte in gola.

1609

Che bello prendere in mano di nuovo la reflex analogica e infilarci pellicole difficili e, fondamentalmente, a caso. tipo un b/n a ISO 50. o un’altra con una spiccata saturazione di certi colori. Ti chiedi come fai a controllarne l’esito se passa un mese dopo lo scatto il vederla. Fino a poco tempo fa era la norma.
Segnavamo sul taccuino i dati di scatto. Exif in analogico totale. Con una matita HB. Ora, pura pigrizia mentale, me ne sbatto, andando sullo scegliere tempi e diaframmi pressapoco d’istinto, e venga come venga. Ancora di più fa la tua conoscenza della tua fotocamera; di cui arrivi a fidarti ciecamente (oddio cieco cieco proprio no). Solo la fottuta variabile delle pellicole rende tutto eccitante, un po’ casuale, un po’ scoperta, un po’ esplorazione dei limiti. Senza, appunto, averne il risultato. Come se esplorando un territorio, lo faceste in un nebbione denso. E accorgersi solo dopo, osservando la carta, cosa avete attraversato.

Ricordo una gita alle cliffs of moher con nebbia da paura. Che scopo ha una scogliera se non vedi altro che il termine della terra e poi il vuoto?

Forse è solo un accumulo di pigrizie mentali. E le attese diventano ancora più attese. Con vittorie ed errori amplificati.

1600

Nei miei disegni.
All’indefinito oltre la gabbia si sono aggiunti particolari. Luoghi, soprattutto. Di abbandono, di freddezza, non solo metaforica, diffusa, di assenza. Proprio su questo voglio concentrarmi. Se dentro abbiamo il ristagno dei nostri umori, spesso malevoli, sordidi, nefasti, stretti, oscuri e inavvicinabili, quello che è il nostro interno, totalmente escluso dalla complessità delle relazioni e insondabile perfino da noi stessi, fuori cosa c’è? Fuori vediamo luce e colori. Ma in profondità, se li analizziamo, oltre la superficie o la finzione troviamo questa difficoltà di relazione, questa ripetizione di altre gabbie, in ogni individuo.

Una concatenazione emozionale che difficilmente o (solo) temporaneamente riusciamo a superare.

Continua a leggere

1595

A volte mi chiedo se i miei disegni, misti di varie tecniche desuete nel post-moderno digitale, non siano appunto frange di un tempo ormai obsoleto. E, mi domando, sempre a volte, se mai intrapprendessi un percorso tecnico più vicino all’attuale DIY elettronico cosa potrei migliorare o avere in più. Ci sarebbero molti salti in avanti, nella distribuzione, nella divulgazione e forse anche nella proliferazione della fruizione data la natura virtuale e immateriale delle produzioni.
Forse.
Eppure questi gesti, quello degli stecchi di carbone, delle spatolate di acrilico e della trasposizione fotografica, quelli che ti lasciano le mani come quelle di un minatore britannico d’altri tempi, ecco, questi obsoleti gesti mi sono così familiari, così immediati e repentini che non ho bisogno di tramiti, di intefacce di pensiero che traducano e commutino i segnali.

Perché poi il succo di sapere o meno fare non sta tanto nella capacità tecnica (si impara comunque) quanto nel trasporre una spinta di idee in un risultato, che ti soddisfi, che trasmetta e sia carico di quell’idea che ne ha necessitato l’urgenza e che tutto questo sia, in qualche modo, visibile a tutti. (e attenzione: non ho scritto “comprensibile”).

qui

1588

Un singolo dettaglio di realtà. Scegliere uno spazio chiuso senza perdere di vista l’oggetto da descrivere. Se la descrizione è attenta e precisa e netta si è in grado di entrare per un attimo nel profondo. Non c’è bisogno di parole o frasi esplicite, è sufficiente indagare i gesti e la mimica. Spostando una banale scena in un’altra sfera.

Sulla scatoletta che l’uomo prende dallo scaffale c’è scritto “Sardinas en aceite vegetal”. Nell’immagine della confezione le sardine sono guarnite con peperoncini e prezzemolo, di fianco una piccola bandiera spagnola e un pescatore con la barba che indossa un impermeabile giallo e ha un cannocchiale. L’uomo ricalca con il dito le figure sulla scatoletta