le radici del trail running

ieri sera leggevo un interessante reportage dall’ultimo numero di trailrunner intitolato “la dolce vita”; avrebbe voluto essere un modo per mostrare un *italian way* al trail running, ma a parte lo stupefacente scenario dolomitico mostrato, l’articolo non ha rivelato altro che la pochezza (di contenuti, imho) della corsa in natura oltre oceano. Infatti, l’_interessante_ dell’incipit non è per le amenità riportate quali lo stupore della coppia di runner di fronte alla *wonderful pizza* trovata in una malga lungo il tragitto (!), o l’allegria generata da una compagnia di alpinisti bevuti che ballavano e cantavano la sera in un rifugio, o, ancora, la radicata credenza che in italia la vita sia più lenta e meno stressante che negli usa… l’articolo, lungo l’alta via 1 dolomitica, mostra la grandezza della montagna italiana (e delle dolomiti nella fattispecie) senza nulla invidiare agli scenari delle rocky mountains. Anzi, di più: là, forse, colpisce lo stato selvaggio e ancora quasi intatto della natura, qui invece, parlando delle dolomiti, colpisce come il vissuto quotidiano, dei montanari, si integri, in un equilibrio anche precario, con l’asprezza della roccia. Infatti, i due redattori-runner si soffermano, stupendosi spesso, sull’ospitalità, sul cibo, sulla qualità dei rifugi ecc.

L’articolo mi ha stimolato una riflessione che di suo non c’entra molto con lo stesso. Ragionavo sull’attrazione che esercita (su di me, ma spero non solo…) il raggiungimento di una meta geografica, lontana, resa ardua dall’interporsi degli ostacoli naturali. Durezza e lunghezza che nel corso dei secoli hanno significato povertà e isolamento, ma da questo isolamento forzato, la gente ha sempre saputo emergere, per sopravvivenza certo, spingendosi e arrancando con pesanti fardelli verso i valichi, verso una via di comunicazione, oltre i confini, verso i corsi di acqua e il mare. Questo partire e arrivare a piedi da/a località distanti è per noi oggi impensabile e superato, nel concetto e nella pratica, dalle grandi vie di comunicazione. Quello che la gente del passato impiegava giorni o settimane, o mesi di pianificazione e di viaggio, oggi è roba di ore, comunque.
il trail runner ha anche l’obbligo di restaurare gli antichi legami con la morfologia stessa del territorio. l’immersione nell’ambiente ha anche questo significato: ca(R)pirne la difficoltà e il sudore di generazioni millenarie che hanno spinto le proprie gambe sugli stessi sentieri per pura necessità e sussistenza. Questo è un altro motivo, non meno interessante, del perché ami all’inverosimile questa disciplina. ed è lo stesso motivo che mi spinge alla ricerca di nuovi percorsi alla scoperta, sì anche, delle bellezze naturali che il sentiero svela, ma anche delle radici storiche, dei significati di una traccia, del giustificare la presenza umana in condizioni naturali perlomeno poco agevoli. che questo avvenga in una competizione poco importa: perché non partire a ritroso ricalcando, in libertà e senza agonismo, le orme dei popoli passati e lanciarsi alla scoperta di una nuova *via del sale*?

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8 pensieri su “le radici del trail running

  1. penso anchio che la corsa trail vada oltre le semplici esperienze fisiche o estetiche.
    penso sia una disciplina complessa in cui si mischiano filosofia e agonismo, cultura e salute, ma che sfugge a ogni etichetta, avendo una definizione soggettiva, intima, anche mutevole.
    a me ha sempre affascinato l’idea del per-correre, del raggiungere una meta, un traguardo fisico, come una cima, un paese, una valle, una traversata…, al di là della competizione. anzi forse quando c’è la competizione questa idea un po’ se ne va.
    compiere tragitti lunghi e impegnativi, dislivelli importanti, ascese, con le sole scarpe e maglietta, eppure in tempi ridotti. la corsa come possibilità di compiere spostamenti senza grandi mezzi e con estrema facilità…

  2. Vero emme, parole sante, una corsa trail, non necessariamente una gara è un’esperienza unica ogni volta la si affronta. Esplorare soli, lasciare il certo per l’incerto, essere curiosi e seguire un nuovo sentiero, luci ed ombre, suoni armoniosi e silenziosi paesaggi, il vento, i profumi; a volte abbiamo una meta, a volte scappiamo, troviamo anche il tempo di fermarci rapiti da una visione, che catturata rimarrà sempre con noi.
    Vogliamo proprio dargli un etichetta e chiamarlo trail running? Forse basterebbe chiamarlo “correre nella natura”; non è una disciplina secondo me, ma è tornare alle origini.

  3. no. :) pur nella sua specificità la rivista è superficiale per ciò che concerne l’aldiqua dell’oceano. per esempio in due anni di abbonamento, mai una citazione dell’UTMB o del Cro-Magnon… però c’è il calendario di ogni garetta locale negli usa :P

    penso che non rinnoverò l’abbonamento

  4. leggevo l’altro giorno un libro di Tiziano Terzani e parlando di un viaggio diceva (non sono le esatte parole ma quasi): “Arrivando si capiva il vero significato del viaggio. Non il raggiungere la meta, ma il viaggiare in sè”

    Non ho una grandissima esperienza di trail, tuttavia questa frase secondo me rappresenta benissimo lo stato d’animo che ho durante un trail.

    Al termine di gare su strada ho sempre avuto la gioia d’aver terminato, la contentezza del risultato cronometrico. Finire un trail, invece, mi lascia sempre una vena malinconica, per aver finito qualcosa che è stato bello “durante”

  5. vero, il trail, una volta finito, ti lascia un vuoto malinconico per le emozioni provate, la fatica, quello che si è visto ecc.
    però la meta non è solo un traguardo (che è poi il termine della competizione, il suo definirsi tale); imho, la metà è raggiungere, collegare, passare a(t)-traverso. la mia definizione è questa, distante dalla competizione, dall’arrivare prima di qualcuno, il trail running avvicina e rende moderno l’attraversare valichi e ostacoli naturali raggiungendo limiti geografici impensabili, oggi, per un individuo “normale”.

    con questo non voglio eleggermi/vi a supereroe: è un ripetersi di ciò che i nostri avi hanno sempre fatto. né più né meno

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