NYC marathon 2007

è stata la prima maratona che credo di avere sentito da bambino. forse i successi di Pizzolato l’hanno impressa fortemente nel mio immaginario, ma non c’è dubbio che la maratona di NY è la più famosa del mondo.
quando incontri un profano e parli del tuo sport, la prima cosa che ti chiede, ancora prima di averti lasciato finire di parlare, è se hai fatto o no la maratona di New York. anni fa la cosa mi dava fastidio. ohibò, io mi preparo come un dannato, perché si smadonna, per fare una stracazzo di distanza regina in una remota città di provincia italiana (una qualsiasi) e tu mi vieni a dire se mi piacerebbe andare a ny?
certo che mi piacerebbe, certo che mi è sempre piaciuto, come l’inarrivabile sogno di qualunque bambino innamorato di sport e imprese. e l’averla fatta, la prima, a Milano, piuttosto che a Padova non si può dire che sia la stessa cosa.
e allora accampi le scuse più invereconde e ignominiose: troppo costosa, troppo caotica, troppo di moda… tutte cose che fanno sorridere, vere, ma per niente credibili se uno ci ha fissato lì il proprio paradigma della corsa di lunga distanza.
poi capita che uno di questi profani spinto da bieche, per noi sportivi, ma non per un ex-sedentario, considerazioni faccia una di queste parti, random: ah, l’esordio può essere solo NY, voglio fare la maratona di NY, mi sono iscritto alla maratona di NY, una scommessa (come la santanchè…)

insomma cosa dobbiamo fare, noi che di maratone ne abbiamo già concluse parecchie, che siamo andati anche oltre il nostro orizzonte di maratoneti? prima o poi farla, ovvio!

quest’anno è la prima volta che riesco a trovare le parole e il nome giusto: INVIDIA! prima la snobbavo, ne rifiutavo la visione, ne sminuivo le doti e l’importanza. ora no, lo riconosco, sono invidioso di chi ci va, di chi ci esordisce, perfino dei poser più incalliti che vanno alla grande mela solo perché fa figo.

Paula Radcliffe che, ciondolante di capo e stringendo i denti, stacca l’etiope Wami e compie, di fierezza e ostinazione, una volata come quella che tutti i podisti sognano di fare, per poi arrivare e quasi non avere nemmeno il fiatone. questa è un’immagine che lascia poco spazio alla razionalità. è adrenalina trasmessa a migliaia di chilometri di distanza, è sapere, con certezza, il sunto fondamentale, essenziale, dello sport di resistenza. vedere la telecamera motorizzata che mostra la pendenza, per nulla ininfluente, del tracciato e sapere che Paula è lì che spinge, al massimo che può dare, che anche lei è in cerca di conferme, di sapere che è ancora la più forte del mondo. e la folla che urla e incita come forse solo alle olimpiadi.

forse altre maratone sono simili come intensità, ma non si può negare a NY una trasposizione mentale, iconografica e mitopoietica assoluta. NY è il paradigma di tutte le maratone su strada, senza enfasi aggiunta. perché se una maratona è già enfatica oltremisura per chi la conclude, già carica di retorica, nella fatica estrema, nello svuotamento energetico che avviene, nella valanga di endorfine prodotte alla partenza e all’arrivo finanche della più insulsa 42k del pianeta, NY è oltre.

lo ammetto, con una punta di amarezza e ammissione di frettoloso giudizio, c’hanno ragione i niubbi della corsa, è il discrimine: “hai fatto la maratona di New York?”.

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4 pensieri su “NYC marathon 2007

  1. Post STUPENDO…caspita, quando si dice legger nel pensiero, quell’arrivo di Paula è e rimarrà un’opera d’arte, indimenticabile…come il fatto di non aver mai corso quei famosi 42km Newyorkesi!

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