La discesa

Istigato da emme, con questo post creo una sezione del blog dedicata alla divulgazione del trail running (vedi la tag apposita, sul lato dx). Si tratta di semplici approfondimenti su alcuni aspetti della disciplina che mi appassionano, suscitati da letture varie e discussioni altrettanto varie. Ovviamente, ribadisco la natura a licenza “common creative” del contenuto di tutto il blog: ritagliate, copiate, incollate dove volete mantenendo saldi solo alcuni solidi principi, non commerciabilità, né opere derivate e, soprattutto, attribuzione della fonte. sempre! leggete qui per i dettagli da legulei

il brano che segue è un mio elaborato di un mio intervento su it.sport.atletica circa sei mesi fa. gli ho dato una forma più accettabile e ho accolto alcune giuste critiche che venivano mosse alla discussione iniziale. buona lettura e, come al solito, ogni commento è bene accetto

La discesa è il tratto che più mi affascina in una corsa, breve o lunga che sia. Prima la temevo perché mi dava l’idea, peraltro condivisibile, della distruzione muscolare, dell’illuderti che il fiato regga e arrivare in fondo e capire che non ce ne è davvero più, che le gambe non si muovono, che lo sprint avviene al rallentatore mentre intorno tutto si muove a velocità normale. Ora non è più così, la discesa è davvero la cosa più bella di un trail, la velocità, il controllo che riesci ad imprimere al tuo corpo, il senso di volare letteralmente sulla natura… insomma, mi piace!
tutto dipende dalla pendenza e dalla “durezza” del fondo, ma soprattutto ad un misto di sanguefreddo-incoscienza-coraggio.
cose che si possono imparare, ma che i più arditi ce l’hanno dentro come un qualsiasi talento! gli skyrunner più disperati (i migliori quindi) si gettano dai burroni – senza mezzi termini! paiono stambecchi – a velocità impensabili per noi umani.
noi mortali, con un po’ di sana razionalità, freniamo, spostando il bacino indietro, corricchiando a passi corti. questo quando la difficoltà tecnica (pendenza e terreno) non consente altro.
in realtà lo spostare il baricentro all’indietro ci fa frenare – vero -, ma sovraccarica pesantemente la colonna vertebrale con conseguenze nefaste. e i quadricipiti? immaginatevi dopo un bel po’ di km…:(
la questione è tutta legata alla pratica e all’esperienza che aumentano la confidenza (con il proprio corpo, in un atto per noi post-moderni del tutto innaturale, quello della corsa a perdicollo giù per una bella discesa) e il divertimento (assoluto) relegando sempre più in disparte paure e tentennamenti.
iniziate da una facile: la discesa, da manuale, prevede di spostare il busto leggermente avanti e correre spingendo sugli avampiedi con grandissimo guadagno in termini di velocità. più la velocità è elevata meno forze scarichiamo a terra (=meno logoramento generale, quad e vertebre in primis) e, di conseguenza (meno tempo a terra, più in “volo”), aumentiamo l’agilità e il controllo del corpo (chi ha corso in una discesa irta di curve e fango sa di cosa sto parlando…)
in generale:
– posizione del corpo: busto eretto leggermente inclinato in avanti, testa bella alta. il corpo deve formare una specie di linea perpendicolare con il terreno inclinato. se la discesa è particolarmente irta si può correre introducendo una componente laterale nella spinta in avanti. io mi sento più sicuro e riesco a stare meglio in “asse” con il sentiero controllando curve, differenze di livello, tutto.
– testa alta, non per superbia :), ma per consentire un sguardo profondo alcuni metri più in là. liane, radici, sassi, massi da saltare, perfino ricci, galli cedrone e conigli selvatici (pure questo mi è toccato): li vedete da lontano e nella frazione elaborate la migliore tattica. l’importante è non guardare il panorama, almeno qui in discesa, ca**o! :)

l’esperienza e la pratica aumenteranno la vostra capacità di spingere e affrontare, non dico da stambecchi, ma da cerbiatti, almeno, le discese insidiose. detto questo siate comunque pronti a cadere…:P
Perché in gara, ma anche in allenamento su percorsi nuovi o resi insidiosi dalle condizioni meteo, il problema risulta anche il non conoscere a fondo la conformazione, la struttura della discesa: verrebbe logico frenare cautelandosi in attesa di imprevisti qualsiasi. questo invece è un dato di fatto ineluttabile. con la pratica e l’esperienza si scopre che non è tanto quello che *non* si conosce della discesa che si affronta, ma lo è quello che si percepisce (vedere e ascoltare). Cioè sapere sfruttare sensazioni e informazioni, elaborare nel minor tempo possibile le informazioni che il corpo riceve per agire di conseguenza, di riflesso.
pare facile, lo è, finché ci si sente sicuri e padroni del proprio corpo. un po’ meno, tanto meno, quando la fatica e la stanchezza sono la vera preoccupazione.
L’altra vera presa di coscienza nell’affrontare determinati la discesa è infatti il sapere dosare non le risorse energetiche, già oneroso problema in un’ultra, ma quelle muscolari. Che la discesa consuma fino all’osso, presentando il conto d’improvviso allorchè avviene il primo cambio di pendenza.

In mezzo a tutto questo, quindi, è da ricercare un equilibrio, una capacità di leggere l’altimetria, il percorso, la sua durata, le nostre capacità (senza ergersi a titani o discreditandosi per modestia, vera o falsa).
L’equilibrio, come in ogni attività, va perseguito e cercato all’interno di noi stessi, dei nostri obiettivi, delle nostre capacità di resistenza mentale e atletica e tutte le altre qualità che l’endurance fa emergere.

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11 pensieri su “La discesa

  1. la discesa è il mio grande tallone d’Achille

    ho visto quando ho gareggiato in montagna, che perdevo decine di posizioni in pochi km (a Malonno in 4 km due che avevo distanziato parecchio in salita mi hanno dato 20 minuti, e non ero in crisi …)

    ho letto un po’ in giro come migliorare la tecnica, quali allenamenti fare, però alla fin fine il sunto era che chi nasce in pianura non potrà mai essere come chi in montagna ci è nato e ci ha corso fin da bambino

    io quest’inverno punterò a migliorarmi, perlomeno per limitare i danni, consapevole però che pagherò sempre dazio

  2. Io penso, infatti, che la discesa necessiti di adattamenti superiori. adattamenti mentali (superare la paura, ma non solo, la capacità visiva periferica, la coscenza di se, per esempio, ma potremmo andare avanti tutto il giorno) e anche atletici. adattamenti da farsi in allenamento, sfruttando all’inizio discese irte, ma non troppo, e note. e anche in gara, forzando sempre un po’ di più!

  3. intanto che dire. ottimo krom. sei sempre un po’ + avanti.

    poi, un paio di riflessioni a caldo.
    – lasciamo perdere i montanari o gli intrepidi. quelli che saltano giù per le rocce come capre di montagna e superano in velocità gli stessi che muovono a valle. quelli che ti lasciano a bozza aperta. quelli che la mattina della 6 rifugi li vedi bardati di nastro da pacchi sulle caviglie. che scemi pensi. poi in val giralba capisci che lo scemo sei tu (o io nello speciifico).
    ce n’è uno (di intrepido) dalle mie parti che è senza un braccio. e me lo ricordo a una delle prime edizioni della traversata che noi andavamo giù dal ‘pirio’ aiutandoci con le funi tese tra gli alberi. lui no. anche perché senza un arto… giù dritto leggero e carezzando il pendio.
    lasciamoli perdere perché se ci proviamo ci facciamo del male. dobbiamo sempre, ne sono convinto, mantenere il controllo di quello che stiamo facendo, mantenere dei margini di sicurezza per noi e per gli altri.
    a questo proposito, sono poco d’accordo con te quando dici che prima o poi si cade. a me non è mai successo (in discesa, almeno per ora).

    – credo che, per correre in discesa, vi sia un prerequisito indispensabile: un tono muscolare sufficiente a sopportare quei carichi eccezionali cui sono sottoposte le gambe (chi ha dimestichezza con la fisica potrebbe provare a calcolare a quali sollecitazioni è sottoposto un arto inferiore mentre si corre giù per un sentiero).
    – sulla tecnica che descrivi mi trovo così d’accordo che devo dire mi pare quasi ovvia, anche se in effetti a volte è impossibile da mettersi in pratica. equivarrebbe infatti a dire che si è sempre in spinta, che a volte non è proprio possibile per via del terreno ma anche della pendenza e di conseguenza della velocità accumulata (cosa cui hai accennato ma che forse non è così chiara).
    – trovo invece fondamentale e da te ben descritto l’aspetto: intuito e sensazione: bisogna sviluppare una sorta di terzo occhio o orecchio, o sonar o nonsocosa che ti fa “sentire” la discesa prima ancora di riuscire a vederla con gli occhi. a volte, mi pare, succede che scorgo o “sento” i punti di appoggio parecchi metri prima e poi di sentirli quando li tocco coi piedi. ma in mezzo non c’è calcolo. non sto a pensare vado lì metto lì il piede… è automatico. inspiegabile ma così piacevole… quando corro così mi sento con una marcia in più. un po’ super, un po’ come se stessi superando non solo i miei limiti ma anche quelli umani, un po’ come se stessi volando (sic!).
    – ultima considerazione. se hai gambe e non sei già provato dalla fatica, se hai quell’intuito che ti fa sentire la discesa: buttati in avanti e corri leggero senza forzare, accarezza il sentiero e i sassi sia quelli fermi che quelli pronti a rotolare non temere le foglie e quello che non vedi tanto sei veloce e qualsiasi cosa la lascerai subito dietro di te.

    …ooops un po’ lungo?

  4. lungo? noo, almeno finchè blogger non pone limite ai commenti :PPP

    bravo emme, cmq. hai azzecato lo spirito giusto. quella sensazione di volare in discesa e conoscere d’istinto il terreno che si srotola davanti è una sensazione bellissima. per ora provata solo su discese non tecnicissime, ma quando la provi ti senti davvero un supereroe. :)

  5. errata corrige:

    … saltano giù per le rocce come capre di montagna e superano in velocità gli stessi sassi che muovono a valle. quelli che ti lasciano a bocca aperta…

  6. da appassionato sciatore dico che la pratica dello sci alpino può aiutare non poco a vincere la paura del vuoto. penso essere pratici di mountain bike possa aiutare allo stesso modo, dal punto di vista mentale o anche tecnico nell’affrontare le curve
    al Ventasso (o anche ai Marsi) mi ricordo che la discesa ripida in cima al monte la volai anche grazie a ciò.
    sai qual è il problema per me? che la discesa fatta così è comunque dispendiosa dal punto energetico e anche mentale, e ciò nel finale lo si può pagare

  7. gert: sicuramente entrambi gli sport che hai citato ti preparano la mente e la reatività (neuromuscolare) per affrontare le discese.
    la questione energetica e delle fibre muscolari, già accennata dal k., è altresì fondamentale, e solo l’esperienza ti insegna quanto stai spendendo in discesa, dato che le sensazioni in quei frangenti non sono attendibili (essendo falsate – drogate – dalla gravità e dall’adrenalina!).

  8. do’ ragione a gert, però…
    però al porte di pietra gli ultimi km (8-9 sono molto impreciso) sono in discesa. totale e diritta. ok, magari poco tecnica, tratti fangosi alternati a tratti sassosi. io parevo un cavallo e riuscivo dop nnn km ancora a spingere come un maledetto. sarà stato il profilarsi dell’arrivo, anche. forse ero libero dalle preoccupazioni del risparmio muscolare/energetico e ho dato sfogo/fondo a tutto. il fatto è che mi sono proprio divertito.
    un po’ meno a sbagliare strada (ecco la mente era già all’arrivo).

    Stamattina sono incazzato nero, nerissimo: mi hanno sfondato la fiancata del kangoo nel parcheggio… e se ne sono andati. MERDAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!

  9. Ciao Krom, bellissimo post, complimenti!!!
    Da marittimo puro (per soli motivi di natalità e residenza) mi hai fatto venire i brividi di vertigine e io non soffro di vertigini ;-)))
    Prima o poi ci vado a farmi una corsetta sui colli dei Castelli Romani.
    Saluti,
    HariSeldon.

  10. Bella iniziativa Krom, sei il mio punto di riferimento traileroso :P
    Mi difendo in salita, ma in discesa sono un pazzo scatenato :)

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