Matita e carta

Già tempo fa (agli albori di questo raccontarmi) avevo espresso la mia visione della corsa in natura: qui o anche qui. Riassumendo scrissi su come la locomozione con le proprie gambe, compiendo anche lunghissime distanze sia, all’essenza, un semplice mezzo. Un mezzo che ti permette di scendere da un qualsiasi abitacolo, di farlo in “lentezza” anche se relativa, calarti letteralmente nella terra, nel vissuto locale. Un mezzo che è tale perché ti permette di muoverti viaggiando da un posto ad un altro, senza paura di attraversare ostacoli naturali o di spazio. Non nel traguardo, non nell’arrivo sta la meta. l’arrivo è solo la conclusione del viaggio. Il viaggio è tutto quello che sta in mezzo. e vale la pena coglierlo appieno, osservarlo, capirlo, ascoltarlo.

Ribadisco queste cose perché oggi ho iniziato ad accarezzare, concretizzare forse, un’idea che da decenni (sembra un’esagerazione) mi frulla per la testa. raccontare il viaggio. i taccuini si sono depositati, uno sull’altro, bianchi, intonsi e impolverati, lì sullo scaffale. L’incipienza c’era sempre, la voglia di riempire le pagine meno, per lo meno altalenante. “lo farò, lo inizierò, appena ho tempo, appena viaggio senza assilli…”, mi dicevo, da sempre.

e così riprendo in mano (da quanto tempo? 1997? sì!) carta, matite, gomma, colla e acquarelli.

sarò sicuramente giù di allenamento; del resto mai stato un fulmine di guerra quanto a immediatezza, ma con un bel (aggettivo del guru-myself Rumi) segno dinamico, istintivo, anche pesante (mi ricordo di certe 9B che si consumavano sulla carta gialla), carico di passione ed emotivo (quale sono io).

Si tratta di iniziare con piccole forme, statiche sicuramente, integrare con immagini fotografiche (grande differenza con la fine degli anni 90, dove per una diapositiva si doveva aspettare una settimana), riprendere la manualità del segno, sciogliere le croste mentali e gli steccati del tempo e della ritrosia. poi si vedrà.

Si inizia con un taccuino di prova.

Ma cosa c’entra la corsa in natura?

C’entra; e lo spiegherò nei prossimi post, assieme a perplessità che stavo pensando ultimamente come superare o aggirare, riguardando soprattutto i miei ovvi limiti comunicativi.

Intanto, un grazie a Marina che ha cambiato la lampadina (piuttosto scarica) e mi ha ri-acceso l’idea, con gli stupendi e inarrivabili carnet di Faravelli e gli urban sketcher sparsi per il mondo.

Non mancherò di fare qualche scansione, ma non abbiate fretta. :)

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