I resoconti di Marco Polo

Il Gran Kan decifrava i segni, però il nesso tra questi e i luoghi visitati rimaneva incerto: non sapeva mai se Marco volesse rappresentare un’avventura occorsagli in viaggio, una impresa del fondatore della città, la profezia di un astrologo, un rebus o una sciarada per indicare un nome. Ma, palese o oscuro che fosse, tutto quel che Marco mostrava aveva il potere degli emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né confondere. Nella mente del Kan l’impero di rifletteva in un deserto di dati labili e intercambiabili come grani di sabbia da cui emergevano per ogni città e provincia le figure evocate dai logogrifi del veneziano.

Col succedersi delle stagioni e delle ambascerie, Marco s’impratichì della lingua tartara e di molti idiomi di nazioni e dialetti di tribù. I suoi racconti erano adesso i più precisi e minuziosi che il Gran Kan potesse desiderare e non v’era quesito o curiosità cui non rispondessero. Eppure ogni notizia su di un luogo richiamava alla mente dell’imperatore quel primo gesto o oggetto con cui il luogo era stato designato da Marco. Il nuovo dato riceveva un senso da quell’emblema e insieme aggiungeva all’emblema un nuovo senso.

Un po’ ambizioso, ma riflettendo sui pensieri dei giorni scorsi mi sono ricordato di questo brano che ho riportato integralmente. Si tratta di un brano tratto da Le città invisibili di Italo Calvino.  C’è molto, e in altri parti del libro ancora altro, di quello che credo quando dico di parlare/descrivere/disegnare di un viaggio.

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