La freccia

talmente veloce che nemmeno il flash riesce a catturarlo
Krom scocca come una freccia

“Sei diventato un velocista?”, questa la domanda che mi fa Grin appena mi vede.

In effetti, appena riesco a rendermi conto di essere lì, davanti alla Loggia, mi accorgo che l’ambiente è quello del mezzofondo, quello spinto.

I miei compagni di squadra sono come al solito sborroni, per questa staffetta, gara piuttosto insolita per un podista, ma forse un po’ meno per il triatleta: insomma, il grande gazebo nero giganteggia a lato della piazza e si fa notare. Sotto, sotto il gazebo intendo, ci sono borse, claro, ma anche salami, pizzette, due camerieri usciti dai santuari dell’aperitivo lì vicino portano una mezza dozzina di bollicine. Sborroni ho detto, ci penseremo dopo, però.

I visi sono quelli della  sono quelle della goliardata, lo capiamo subito di essere fuori dalle righe. Le altre società hanno portato 1, 2, massimo 3 squadre. I migliori della loro specialità. Noi 12! :P 36 atleti pronti al via.

Io mi sono scelto terzo frazionista, capite quanto conosca le strategie delle staffette (il più forte va davanti o dietro?). In ogni caso io sono il peggiore dei tre. Faust, per quanto, a sua detta, fermo da qualche mese, potrebbe darmi distacchi immensi in ogni caso; Bonardi, il nonno volante, magari non sarà tanto fresco, magari c’avrà pure qualche dolorino, magari ha appena smesso di lavorare, magari qualcosa, ma è un tale mostro di muscoli e potenza che basta così.

E mentre cresce l’ansia non da prestazione, almeno non solo, piuttosto quella di deludere gli altri frazionisti, o di non buttare al vento i loro affanni, si avvicina il momento che sono sul lato in attesa che dalla curva a gomito là in alto sbuchi Paolo. Poco illuminata, ma finalmente vedo la sua maglia arrivare a tutta birra. mi preparo, mi metto in mezzo, breve rincorsa, mi guardo indietro l’ultima volta, giusto per toccare la sua mano e via.

La gara dura lo spazio minimo se paragonato ai ricordi anche solo del giorno dopo. Eppure ancora adesso sento il raschiare del fiato, la bocca spalancata, la falcata allungata all’estremo, la lieve salita di X giornate che non finisce. La folla che mi applaude, mi incita, mi chiama per nome, ma i loro volti sono deformati dalla velocità, che mi stupisce.

Mi sorprende correre ancora così veloce, ma non abbastanza da raggiungere quello davanti a me, superato l’ultimo gomito, prolungo la falcata ancora fino allo spasimo. non so cosa mi guida mentre lo speaker grida il mio nome, si complimente per il mio impegno e conclude chiamando “la corazzata Freezone”.

C’è un’ebbrezza nella velocità. relativa, certo, ma discretamente elevata per i miei standard. Un’ebbrezza, uno stordimento dato dalle figure che sciamano tutto intorno, nelle cicche inchiodate sull’asfalto, i lampioni, i sorrisi, le gambe delle ragazze, perfino le grida: ti si lanciano contro, ti schiantano e poi fuggono alle spalle.  c’è un che di sognante in questa visione che ho stampato nel cervello.

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