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Quando parli con le persone “normali” delle tue corse fatte trovi sempre parecchio stupore sulle distanze raggiunte. In un certo senso stupore giustificato.
Poi ti capita una giornata come ieri. Dove è normale sentire di uscite (di allenamento) di oltre 50km, dove è normale snocciolare il proprio calendario con gare tutte in tripla cifra (come km). E ti senti anche a disagio se dici che non hai più voglia di ultra, che quaranta e rotti possono bastare ogni tanto. “ma sei pazzo? Come fai a frenarti?”
Conosco quella tensione al limite, quell’inderogabile bisogno di spingersi oltre. Sia chiaro, lo dico seriamente e senza prendere in giro nessuno. È perfettamente umano. Un’artista crea un capolavoro, ma non per questo smette di produrre.
Ma, sebbene lo ritenga un naturalissimo desiderio, quanto c’è di artificioso in tutto questo? Perché uno non si ferma, conscio della propria grandezza, anche se relativa, e capacità?
So la risposta, è insita nell’essere uomini.
Quello che fatico a comprendere è solo dentro me stesso. È più artificiosa la mia auto-imposizione di fermarmi? Come essere in una gabbia dorata, dove non devo mai giocare con i miei limiti? O forse, capire i propri equilibri, e in parte averli trovati, è, per forza comunque, una resa; come un’ammissione di un certo insito grigiore?

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