1311

Ho visto Beth Orton. E sì, ne sono passati di anni da quella metà dei novanta in cui iniziai ad ascoltarla.
Beh, qualche ruga in più, qualche stanchezza accumulata, ovvio, ma la voce quella no. Quella è rimasta delicata, ma capace di spingersi e allargarsi. E quando ha parlato, tra una canzone e l’altra, l’ha fatto con un tono cristallino, leggiadro. Mi sarei innamorato all’istante.
E infatti è quello che è avvenuto quando ha annunciato “le prossime canzoni vengono dai miei vecchi album” e ha inanellato She cries your name, Touch me with your love, sugar boy, Central Reservation.
Io mi sono emozionato e commosso (sai che novità); infarcite, come sono alcune di queste, di mia storia personale. E anche nei suoi occhi, non so se inventate dalla mia suggestione, ho intravisto quella cosa fragile e umana e grandiosa della malinconia per qualcosa che è scorso assieme al tempo.

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