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Nel sogno apparve la stazione orbitante. Fluttuava nel cielo azzurro-grigio di gennaio. Stagliava illuminata dal sole radente.
La stazione aveva una forma vagamente irrisolta, come in una prospettiva distorta. Un parallelepipedo che ne intersecava un altro e la sezione da rettangolare sghembava verso il rombo.
Nel sogno non c’era alcun rumore.
Qualcuno mi trasmise irrequietezza.
Si disse (chi?) d’un tratto che la radio stava trasmettendo un comunicato: la stazione stava precipitando al suolo.
Concentrai lo sguardo. Pareva ancora fluttuare; poi, impercettibilmente, si mosse verso il basso. Accelerando.
Il panico si diffuse intorno. Ricordo gente che scappava, che si voltava disperata.
Il gigantesco velivolo pareva ormai un oggetto lanciato in aria e ora in totale e bizzarra caduta libera.
L’impatto.
Silenzioso per via della distanza.
Prima del boato osservammo un gigantesco fungo atomico. Un lampo di luce.
Minuti di paralisi totale. Poi tutti vedemmo un’ondata di polvere e detriti avanzare, velocissima e altissima.

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