1521

Quante cose, quanti aspetti emergono dall’analisi di un’attività così semplice, immediata e stupida (intesa come basilare e primordiale, senza eccezionali requisiti per l’uomo) come il camminare?
Per esempio. Correre o camminare in luoghi sconosciuti mi ha sempre solleticato la curiosità del nome. E perfino sapere il perché sono stati dati questi nomi, e per cosa un rudere è stato costruito e poi è diventato tale, una strada, un incrocio, una radura, un albero ultracentenario. Senza arrivare a tanto livello di profondità spesso mi limito al nome che spesso è già difficile ricavare da mappe, domande, discorsi altrui.

Conoscere i nomi dei luoghi (persino un campo, una collina, un sentiero, una siepe, una palizzata, un accrocchio di qualsiasi cosa significativo) è l’unico mezzo per identificare la nostra posizione, umanizzare il nostro percorso, rimediare al caos. E a volte è bello anche cambiare, storpiare e inventare i nomi come ci fa più comodo o quando davvero tutti l’hanno dimenticato o nessuno è in grado di indicartelo. È un modo per dare una spatola di colore e poesia ad un luogo che ci ha colpito.
Un mio amico leggendo saprà di cosa parlo (ricordi la Sicca Fons?).
Il nome è un atto di generazione dello spazio, l’invenzione di una propria geografia (come nuovo riferimento) o il desiderio di appropriarsene con il proprio passaggio (non facevano così gli esploratori che capitavano in una nuova landa?). E, non ultimo, una nomenclatura concatenata del proprio viaggio: solo dai nomi possiamo scrivere un diario, una memoria, la memoria di esso.
E più il luogo è minuscolo, definitivamente personale, più il nome ha rilevanza.
La trovo una cosa immensamente bella, profonda e affascinante. Nomi e cose e luoghi che coincidono sono la garanzia che nonostante il mondo viaggi il pericolo è allontantanato perché ci è noto.

Ogni viaggio è una traversata di nomi

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3 pensieri su “1521

  1. Pingback: 1536 | {krom}
  2. Il diario della nostra vita si scrive partendo da nomi di cose e luoghi, e da migliaia di soprannomi, tutti con un loro tragicomico perché. Noi, gli assoluti autori.

  3. In verità, anche a distanza di quasi 30 anni, una rettifica andrebbe fatta. Per dovere e per correttezza. Quella che per tutti è LA fonte, per gli antichi era IL fonte. I ragazzi di allora, presi dal fervore e dall’istinto di attribuire un proprio marchio a ciò che per loro doveva essere una sensazionale scoperta, non pensarono minimamente all’esatto ” siccus “. Piacque, più che altro, il suono scaturito da quelle parole stese di getto. Qualcosa che sapeva un po’ di classico e un po’ di barbaro idioma : una ” fontana secca-secca funghi “, per dirla in breve. Per questo motivo, era e rimarrà sempre la Sicca Fons.

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