1571

Stasera ho corso un’ora e un quarto. Nel bosco, su un terreno fatto di spugna. La lampada frontale già debole con batterie da pensionare a illuminare un cono grigio e spesso. Come uno spettro emanato dalla mia testa a custodire non me stesso, ma mascherando le pozzanghere in cui le gambe sprofondavano dando scosse di adrenalina per la temperatura liquida e densa assieme. Evitando cadute con precari e rapidi equilibri. Ho visto occhi di conigli selvatici scappare impauriti, sentito in lontananza latrati di guardia, il sentiero una via scura nel lattiginoso e indefinito chiarore nevoso. Ho respirato la bruma della sera, evitato liane di rovi ancora vitali nel trattenere i miei vestiti.

Era da un po’ che non assaporavo una corsa così, con i sensi parzialmente monchi e l’unica certezza di sollevare ginocchia e caviglie per evitare ostacoli ignoti e imprevedibili.

Appena tocco l’asfalto per gli ultimi due chilometri riesco, finalmente sgombro da attenzioni, ad allungare il passo e percepire la strada, rettilinea, solo con la traiettoria della scarpa.

Questo è quello che amo della corsa.

 

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