1600

Nei miei disegni.
All’indefinito oltre la gabbia si sono aggiunti particolari. Luoghi, soprattutto. Di abbandono, di freddezza, non solo metaforica, diffusa, di assenza. Proprio su questo voglio concentrarmi. Se dentro abbiamo il ristagno dei nostri umori, spesso malevoli, sordidi, nefasti, stretti, oscuri e inavvicinabili, quello che è il nostro interno, totalmente escluso dalla complessità delle relazioni e insondabile perfino da noi stessi, fuori cosa c’è? Fuori vediamo luce e colori. Ma in profondità, se li analizziamo, oltre la superficie o la finzione troviamo questa difficoltà di relazione, questa ripetizione di altre gabbie, in ogni individuo.

Una concatenazione emozionale che difficilmente o (solo) temporaneamente riusciamo a superare.

Breve ripasso. La gabbia non è necessariamente una prigione, un luogo da cui vogliamo necessariamente evadere; è anche un luogo dove siamo al sicuro; è anche uno scrigno che custodisce la nostra essenza intima e in cui difficilmente permettiamo a qualcuno di accedere. È quindi un luogo carico di ambiguità.

Del resto la parentesi intrappresa con la serie “kolyma” raccontava della vacuità di qualsiasi fuga da noi stessi e, quindi, dalla gabbia. Non abbiamo recinzioni, solo spazi senza limiti, intorno.

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Un pensiero su “1600

  1. Controlliamo e regoliamo meticolosamente il nocciolo del nostro reattore nucleare. Fuggire da noi stessi è possibile ma solo se salta il sistema di raffreddamento. Tutto questo però si chiama follia.

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