1733

Non abbiamo maschere, ma layer, strati, sì. Strati di carta che scopriamo e utilizziamo nel momento più opportuno. Strati che spegniamo, come la lampadina dell’autocad di una volta.

Ho il libro della pausa di lavoro, il libro sul tavolo prima di mangiare, il libro da letto prima di dormire e il libro accanto al computer mentre sto scaricando la qualsiasi e twitter mi viene a noia.

Mi chiedi come faccia a passare da uno all’altro senza il minimo disturbo. Io mi chiedo come faccia a essere al lavoro, svolgere il mio bel compitino giornaliero da perfetto burocrate creativo, e pensare alla nebbia, al bosco, ai disegni, alla musica, al film da vedere, all’agnognata solitudine, ai bisogni che mi prendono. Mi chiedo come potete pensarmi ligio segretario mentre compongo i record, uno a uno, per poi rituffarmi nei sogni, nello scrivere minchiate, nel pianificare attività senza nessi apparenti se non la mia persona.

Sono gli strati che appunto portiamo avanti e indietro, alla luce del presente o nelle ombre del domani.

Strati che si accumulano invece di risolvere gli esistenti. Strati che restano sepolti, passati. Strati che ci piace rispolverare e di nuovo navigare, riprendere in mano, vivere. Non sono maschere le mie. Sono gli strati che compongono e sovrapposti formano le nostre vite.

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