1846

In una di queste mattine, dal cielo azzurro, l’aria fresca e la pace di un giorno di festa, ho immaginato me stesso da vecchio. Segaligno e caracollante, come un vecchio guardiano di faro, la faccia scavata e ossuta, la stessa con cui, tempo dopo, mi ritroveranno riverso, morto stecchito da un infarto, offrire la colazione agli ospiti del mio b&b.

Quando mai ho avuto questa idea di avere e gestire un un posto del genere?

Eccomi invece a rivestire i panni della cordialità, io, accendere la macchina del caffè, servire marmellate e meringhe verdi alla menta. Raccontare ai curiosi, quanto poco interessati, ospiti inutili aneddoti della mia vita. Ospiti che sono una giovane coppia, quelli che un tempo, ora anche, potrei avere invidiato. E che, finalmente sazi, se ne vanno ridacchiando delle mie stramberie.
Poi ho rimesso in ordine il tavolo e la cucina e sono uscito in terrazza, sento l’odore del mare, a fumare una sigaretta.
La fumo con lentezza, una dozzina di minuti. Penso che mai ho fumato nervoso. Penso che assaporo ancora il profumo del tabacco, quello della busta blu, il mio preferito. E questo minimo pensiero mi scalda per il solo fatto di non essermi mai abituato a nulla se dopo milioni di sigarette ancora avverto gli spigoli e le rotondità del gusto.
Così, in generale.
Ho le valige da sistemare, le solite. Come per viaggi che non farò mai. Sistemare come in attesa di una chiamata, una fuga, una corsa improvvisa da qualche parte.

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